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Chi supervisiona la qualità delle pubblicazioni scientifiche?

Chi supervisiona la qualità delle pubblicazioni scientifiche?
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Il moderno sistema di pubblicazioni scientifiche ha dei problemi. Ricercatori che lavorano per anni su un progetto di ricerca basato su una fake news? Uno scenario molto più probabile di quanto si possa credere.

Al di la della frase provocatoria, il tema è serio e già con un impatto reale nella comunità scientifica.

I problemi principali possono essere genericamente racchiusi in 3 grossi aspetti:

  • – c’è un’iper produzione di articoli scientifici ed un calo della qualità degli stessi;
  • – ci sono barriere economiche che non favoriscono l’accessibilità sia alla pubblicazione che alla lettura;
  • – il web ha facilitato la diffusione di giornali pseudo-scientitici inquinando la stessa comunità accademica

Andiamo per gradi.

Come funziona il mondo delle pubblicazioni scientifiche?

Non tutti i lettori forse sono pratici di come funzioni il mondo delle pubblicazioni scientifiche. Cerchiamo di spiegarlo brevemente.

Un gruppo di ricerca che ha qualche risultato significativo da divulgare procede con la redazione di un dettagliato articolo scientifico e quindi con la selezione della rivista a cui pensa di inviarlo. I giornali scientifici vengono classificati sia per la categoria di contenuti che per l’Impact Factor, un indice che misura il grado di “rigorosità” della rivista: più è alto il valore più è difficile pubblicare perché vengono fatti controlli e approfondimenti alla ricerca sempre più dettagliati.

Una volta inviato l’articolo, il giornale scientifico che lo riceve non lo pubblica tale e quale ma attiva la così detta peer review ossia un lavoro di verifica e revisione grazie ad una serie di esperti revisori volontari. Può capitare che il gruppo di revisori richieda dei chiarimenti o proponga delle modifiche, se il processo di revisione si conclude con successo allora l’articolo verrà pubblicato. Ecco perché è (era?) così prestigioso venir pubblicati su una rivista scientifica: non solo si può condividere con la comunità internazionale le proprie scoperte ma si può dire di aver superato un vero e proprio esame!

Il problema dell’iper specializzazione

Un primo problema che sta emergendo è quello dell’iper specializzazione dei giornali. Un tempo, dove le discipline scientifiche erano minori, anche i giornali si classificavano in meno categorie, oggi invece con l’aumento delle specializzazioni nascono giornali molto specifici come ad esempio il Journal of Receptor, Ligand and Channel Research.

Questo fatto inizia a rappresentare un problema: immaginate di dover scegliere dove andare in vacanza e volete acquistare una rivista per farvi qualche idea. Entrate in edicola e trovate sparsi nella sezione “vacanze” una serie di giornali come il giornale della spiaggia a grana fine, delle pinete e delle calette, poi il giornale degli ombrelloni senza sdraio e degli scogli a riva ed ancora il giornale dei bagnasciuga e dei pontili. E’ evidente come quest’iper specializzazione della stessa editoria possa rappresentare dei problemi.

Vuoi finanziamenti? Pubblica

Un’altra problematica è ben descritta dal motto “publish or perish” (pubblica o muori) diventato quasi un comandamento nei laboratori di tutto il mondo. Se il laboratorio non produce con frequenza novità, e quindi pubblicazioni, allora è poco produttivo e merita che gli vengano ridotti i fondi. Poco importa se il progetto di ricerca è articolato e necessita molto tempo per essere portato a termine. Questa logica ormai incoraggia troppo spesso i ricercatori a prediligere la quantità di pubblicazioni rispetto alla qualità. Inoltre l’emergere di nuove nazioni nel panorama della comunità scientifica ha notevolmente aumentato la competizione ed il numero delle pubblicazioni. Ma chi ha il tempo di leggere tutti questi articoli?

Vuoi essere pubblicato? Vieni da me: il fenomeno del predatory journal

Collegato al tema del “publish or perish” c’è quello del predatory journal (editoria predatoria). Il meccanismo parte in realtà da qualcosa di utile: il web ed i giornali open source, quindi accessibili gratuitamente a tutti. Un tempo chiunque avesse voluto accedere alla lettura di un articolo scientifico avrebbe dovuto pagarlo. Il giusto compenso per una rivista che ha ovviamente dei costi di mantenimento. Oggi il web ed il digitale hanno notevolmente abbassato i costi sia di gestione che di diffusione rendendo possibile la nascita di riviste open access, ossia gratuite. Ma chi paga? Molto spesso viene chiesto un minimo contributo spese allo stesso gruppo di ricerca che paga volentieri con la prospettiva di esser poi letto da molti colleghi.

Questo meccanismo però rappresenta oggi un vero e proprio business e l’effetto collaterale è la nascita di decine di migliaia di nuove riviste, tutte formalmente scientifiche ma che poi nella sostanza sono solo dei meccanismi per spillare soldi ai ricercatori.

Siamo arrivati al paradosso che se un tempo erano i ricercatori, quando si sentivano sicuri sui loro risultati sperimentali, ad inviare l’articolo alla rivista scientifica, oggi sono le riviste predatorie a scrivere ai ricercatori chiedendo se hanno qualcosa da pubblicare: non te lo pubblica nessuno? Noi si! Molti ricercatori oggi ricevono in media 5 richieste al giorno di pubblicare!

L’aspetto preoccupante è che alcune queste riviste hanno anche loro un sistema di peer review ed un impact factor (seppur basso) pertanto molti ricercatori, sopratutto giovani, accettano volentieri.

E così la torre di babele cresce. Migliaia di riviste scientifiche con nomi molto simili tra loro, decine di migliaia di articoli scientifici su argomenti simili e nessuno in grado di leggerli, valutarli e selezionarli.

La peer review/revisione degli articoli resta gratuita, ma fa ancora “curriculum”?

Un’ultima osservazione. Nel sistema della letteratura scientifica sono due le fasi importanti: la redazione dell’articolo da parte del gruppo di ricerca e la revisione da parte di un gruppo di esperti.

Attualmente la stragrande maggioranza dei peer reviewers, ossia gli scienziati che leggono e revisionano gli studi proposti per la pubblicazione, non vengono pagati per il loro lavoro. Sono dei veri e propri volontari che si mettono a disposizione della comunità scientifica nella speranza che questo possa aiutarli a far carriera. Ma sarà ancora così?

Mick Watson, professore di bioinformatics presso l’Università di Edinburgo pensa che questo sia un approccio ingenuo: “Ecco un punto chiave: potrei non scrivere mai più un’altra peer review per il resto della mia carriera e la mia carriera non ne risentirebbe. Neanche un po” scrive nel suo blog.

Zoe Corbin, della TSL education, ha recentemente dato notizia di uno studio pubblicato dal Research Information Network secondo il quale il lavoro gratuito fornito dagli scienziati alle riviste accademiche è più di 2,57 miliardi di dollari ogni anno.

Lavoro di cui il beneficio economico ricade esclusivamente nelle tasche degli editori scientifici privati. Come se non bastasse se uno di questi revisori che offre gratuitamente il suo lavoro volesse consultare qualche articolo pubblicato dalla stessa rivista scientifica per cui ha fatto una revisione beh… deve pagarlo.

Si parla tanto del problema delle fake news nel web, un problema che senza dubbio va affrontato. Più importante però è affrontare questi grossi problemi dell’editoria scientifica, ricordiamo ad esempio che il movimento NO-VAX si è fatto strada proprio basandosi si pubblicazioni scientifiche. E’ forse colpa loro se la comunità scientifica ha pubblicato una fake news?

Fonti:
https://www.realclearscience.com/blog/2018/05/19/when_will_peer_reviewers_finally_get_paid.html
https://www.timeshighereducation.com/news/should-academics-be-paid-for-peer-review
http://www.opiniomics.org/lets-keep-saying-it-and-say-it-louder-reviewers-are-unpaid/
https://www.editage.com/insights/is-paid-peer-review-a-good-idea
https://www.timeshighereducation.com/news/unpaid-peer-review-is-worth-19bn/402189.article
https://scholarlykitchen.sspnet.org/2010/08/31/the-burden-of-peer-review/
https://www.nytimes.com/2010/08/24/arts/24peer.html?_r=1
https://www.the-scientist.com/?articles.view/articleNo/23672/title/Is-Peer-Review-Broken-/
http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0165551510371883
https://serials.uksg.org/articles/abstract/10.1629/18206/

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Andrea Pensotti
Laureato in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche (Università degli Studi di Milano), è Direttore del Centro Studi Saluteuropa e coordinatore scientifico di progetti di ricerca. È membro del Systems Biology Group Lab presso La Sapienza di Roma e managing editor della rivista scientifica Organisms Journal. Svolge inoltre anche l'attività di divulgatore scientifico.
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