Non siamo schiavi del nostro DNA. Il vero regista della salute è il microambiente cellulare. Dai processi che guidano lo sviluppo del vivente arriva una nuova frontiera terapeutica capace di spegnere l’infiammazione, riattivare i mitocondri e “rieducare” le cellule malate. Il punto del Prof. Mariano Bizzarri.
Per decenni la medicina moderna ha coltivato un’illusione: che il destino biologico di ciascuno fosse rigidamente scolpito nel DNA e che la malattia — il cancro in particolare — fosse un semplice errore di battitura nel codice genetico. La Biologia dei Sistemi sta smontando questo dogma pezzo per pezzo. I geni, ci dice, sono solo un set di strumenti. A decidere come verranno usati è l’ambiente circostante.
A guidarci in questo cambio di paradigma è il Prof. Mariano Bizzarri, oncologo e pioniere della Systems Biology, Direttore del Laboratorio di Biomedicina Spaziale e di Biologia dei Sistemi presso l’Università La Sapienza di Roma. Le sue ricerche partono da una domanda apparentemente semplice — come fa una singola cellula a costruire un intero organismo? — e approdano a una risposta con implicazioni cliniche concrete.
Il fenotipo e l’illusione del gene
Come fa una cellula a “sapere” di dover costruire un occhio, un cuore, un polmone? Il processo che risponde a questa domanda si chiama morfogenesi, e non è un programma eseguito alla cieca. È un dialogo continuo tra la cellula e il suo microambiente.
Per spiegare il ruolo del DNA, Bizzarri ricorre a un adagio della tradizione latina: astra inclinant, sed non necessitant — gli astri inclinano, ma non determinano. Lo stesso vale per i geni. Il genoma non prescrive un destino unico: offre una mappa con percorsi diversi, e la cellula sceglie quale imboccare in base alle condizioni che incontra. Questa scelta si chiama fenotipo — il modo in cui un sistema biologico si organizza e si comporta in risposta all’ambiente.
L’impatto del microambiente può essere radicale. Bizzarri porta un esempio che chiarisce tutto con un solo caso: cellule staminali nervose impiantate in un’area cerebrale sana, ma precedentemente esposta a cellule tumorali, finiscono per generare un tumore. La cellula giusta nel contesto sbagliato produce un esito catastrofico. Il problema non era nella cellula — era nell’ambiente.
Che cos’è lo Stamisoma: il manuale d’istruzioni del vivente
Se l’ambiente può corrompere una cellula, può anche ripararla? È questa la domanda al centro della ricerca sugli Stamisomi.
Il termine — coniato per descrivere un pacchetto coerente di segnali biologici estratto dal microambiente di organismi come lo Zebrafish o la trota — non designa un singolo farmaco, ma un sistema complesso di molecole: proteine, chemochine, citochine e, in primo piano, micro-RNA. Questi ultimi funzionano come interruttori: accendono o spengono l’attività dei geni senza modificarne la struttura.
Quando una cellula adulta o danneggiata viene esposta a questo sistema di segnali, riceve istruzioni per ripristinare il proprio stato funzionale. Nel caso di tumori di mammella, fegato o colon, l’azione di specifici micro-RNA — in particolare il miRNA-218 — blocca i processi alla base della metastatizzazione e della motilità cellulare. La cellula tumorale smette di invadere i tessuti e assume un comportamento indistinguibile da quello di un tumore benigno. Non viene distrutta. Viene rieducata. Questi risultati, al momento ottenuti in laoratorio, saranno a breve oggetto di uno studio sui topi.
Riaccendere il motore: mitocondri e metabolismo
La trasformazione indotta dagli Stamisomi non è solo strutturale. È prima di tutto energetica.
Quando una cellula diventa tumorale, cambia radicalmente il suo metabolismo. Per sostenere la crescita invasiva, abbandona la normale respirazione cellulare e si affida alla glicolisi — un meccanismo energetico inefficiente ma rapido, che consuma glucosio in quantità industriali. È il cosiddetto effetto Warburg.
Bizzarri lo spiega con un’immagine immediata: mantenere le protrusioni con cui il tumore invade i tessuti — le “chele” da cui deriva il termine carcinoma, dal greco karchinos, granchio — richiede un dispendio energetico continuo e massiccio. Come stare in equilibrio su una gamba sola invece di sedersi.
Il trattamento con gli Stamisomi impone uno shift metabolico. La cellula si “siede”: la domanda energetica crolla, i mitocondri recuperano la loro architettura normale, e una cellula incapace di bruciare grandi quantità di glucosio perde gran parte della sua capacità invasiva.
Spegnere l’infiammazione: dall’astenia alla neurodegenerazione
Il malfunzionamento metabolico e mitocondriale alimenta l’infiammazione cronica silente — il meccanismo sottostante a gran parte delle patologie cronico-degenerative moderne.
A livello clinico, gli Stamisomi hanno dimostrato la capacità di bloccare alcuni mediatori chiave dell’infiammazione, in particolare sopprimendo la produzione di Interleuchina-6 da parte del sistema immunitario. Le ricadute pratiche toccano tre aree distinte.
Sulla sindrome da stanchezza cronica, studi randomizzati hanno documentato un miglioramento netto del benessere generale nei pazienti trattati: ottimizzando il metabolismo e riducendo gli sprechi energetici, il corpo recupera risorse. Sul microambiente tumorale, gli Stamisomi agiscono sui fibroblasti, inibendo la produzione di collagene in eccesso e riducendo la rigidità tissutale che favorisce la progressione del cancro. Sul fronte della neurodegenerazione, i risultati mostrano un importante contributo nella riduzione della neuro infiammazione. Ricerche preliminari in corso nel contesto della malattia di Alzheimer sono molto promettenti e aprono scenari che meritano attenzione.
La medicina come ecologia
La lezione che emerge dalla ricerca sugli Stamisomi è più profonda di una singola scoperta terapeutica. La medicina si sta allontanando dal paradigma della guerra — bombardare un bersaglio per distruggerlo — per avvicinarsi a qualcosa che assomiglia all’ecologia: capire come sistemi complessi mantengono il proprio equilibrio, e come ripristinarlo quando viene perso.
Curare non significa solo aggredire la cellula malata. Significa bonificare l’ambiente in cui vive, ripristinando quell’omeostasi che permette a miliardi di componenti diversi di coesistere. È studiando i principi che governano lo sviluppo del vivente — quei processi che trasformano una singola cellula in un organismo funzionante — che stiamo imparando, finalmente, come proteggere la vita adulta quando questi principi vengono meno.
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