Remuzzi: sappiamo ancora poco su durata immunità dei nuovi vaccini COVID-19

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Diversi lettori chi hanno chiesto chiarimenti sulla potenziale durata della copertura immunitaria indotta dai nuovi vaccini per il COVID-19. Il filo rosso delle domande era semplice: se ogni anno dobbiamo rifare il vaccino per l’influenza sarà così anche per quello del COVID-19? Abbiamo girato la domanda al professor Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri.

Ad oggi non abbiamo nessun tipo di informazione per poter fare previsioni a breve termine sulla possibile durata dell’immunità conferita dal vaccino. La maggior parte dei vaccini in fase di sviluppo si basa sull’induzione della risposta immunitaria contro la proteina Spike del coronavirus, una specifica proteina che permette l’attacco del virus alle cellule bersaglio. La protezione indotta dal vaccino dipenderà molto dalla velocità con cui il virus si adatterà all’uomo nel tempo, andando a mutare questa proteina Spike.

Più sarà mutata la proteina e più sarà possibile che anticorpi generati dal vaccino non saranno efficaci a bloccare il virus. Questo è quello che succede con i virus influenzali, che mutano significativamente richiedendo vaccini specifici ogni anno a seconda del ceppo di virus influenzale che emerge nei mesi invernali.

Per l’attuale coronavirus sappiamo molto poco sulle sue sue capacità di mutare ed adattarsi all’organismo umano. Fino ad oggi sono state identificate almeno 10 diverse mutazioni della Spike protein nei ceppi circolanti di SARS-CoV-2 che per la maggior parte delle volte erano favorevoli per il virus dato che inducevano una stabilità strutturale migliorata della proteina e una sua maggiore affinità per il recettore sulla cellula target. Queste mutazioni principalmente tutte a carico di una particolare zona della proteina Spike (la RBD, la regione di binding al recettore) che non necessariamente è la regione riconosciuta dagli anticorpi indotti da un vaccino generato contro la proteina Spike intera. Effettivamente alcuni studi hanno mostrato che le mutazioni identificate per il più delle volte non modificavano la capacità degli anticorpi sviluppati durante la malattia di riconoscere la proteina Spike, portando a pensare che un vaccino potrebbe essere efficace anche in presenza di mutazioni di questo tipo. 


Come detto sopra però, la maggior parte degli studi ha valutato mutazioni principalmente nel dominio RBD, il più importante per l’infezione virale. Serviranno più studi per valutare quale sia effettivamente il tasso di mutazioni di tutta la proteina Spike per poter prevedere mutazioni in tutte le regioni della proteina Spike che potrebbero compromettere l’immunità conferita da un eventuale vaccino.

Luca Perico e Giuseppe Remuzzi

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