La cura del letargo: una nuova frontiera per la medicina?

La cura del letargo: una nuova frontiera per la medicina?
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Andare in letargo in attesa che qualcuno ci guarisca. Potrebbe essere questa l’innovativa prospettiva per la cura del cancro avanzato o di altri quadri patologici gravi come l’ictus e l’arresto cardiaco.

La letargia indotta come strategia terapeutica: una prospettiva di ricerca che nasce dallo studio attento dell’interazione mente/cervello-corpo e che apre le porte a terapie che si basano sull’attivazione di meccanismi fisiologici ancestrali. Abbiamo intervistato il pioniere a livello internazionale delle ricerche sull’ibernazione (o letargia indotta), il prof. Matteo Cerri, ricercatore presso il dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Univ

Matteo Cerri, dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna.

ersità di Bologna.

“Innanzitutto bisogna far chiarezza sui termini – spiega il prof. Cerric’è una profonda differenza tra ibernazione e crioconservazione. L’ibernazione è quello che normalmente si conosce con il termine di letargo ed è uno stato in cui i soggetti restano vivi, semplicemente hanno tutte le funzioni biologiche rallentate. La crioconservazione invece è il vero e proprio congelamento dei corpi ed è una procedura che implica lo stato di morte dell’organismo”.

Fin dalle scuole elementari ci viene insegnato che alcuni mammiferi come gli orsi, gli scoiattoli o i ghiri hanno la caratteristica di andare in letargo: addormentarsi nelle loro tane per mesi in attesa che passi la stagione fredda. Una strategia biologica che permette a questi animali di sopravvivere a lungo anche in assenza di cibo e acqua. Questi animali vengono definiti eterotermi, ossia animali la cui temperatura corporea può subire oscillazioni. Al contrario gli esseri umani, come molti altri animali, sono definiti omeotermi, ossia in grado di mantenere costante la loro temperatura corporea.

 

E se anche l’uomo andasse in letargo?

Nonostante il letargo sia un fenomeno noto anche ai bambini, nulla di più si sapeva sulla fisiologia che caratterizzava questo stato. Solo negli ultimo 20-30 anni sono iniziati degli studi approfonditi. E sono emersi aspetti molto interessanti.

“Si è scoperto che il cervello durante il letargo cambia drasticamente la sua conformazione neuronale. I neuroni si disconnettono tra loro e vengono espressi marker tipici dell’alzheimer. Andare in letargo è quasi come fare un tuffo nella demenza ma quando ci si sveglia si torna normali se non addirittura cognitivamente migliorati. Anche il sistema immunitario va incontro a cambiamenti durante il letargo favorendo un’attività antinfiammatoria e così i reni che smettono temporaneamente di produrre urina” spiega Cerri.

La sfida scientifica è quella di comprendere i meccanismi con i quali un organismo entra in letargo e verificare se sia possibile indurli anche sull’essere umano. Se così fosse potrebbero esserci diversi benefici, sia in campo medico che per i viaggi spaziali.

 

Bloccare il cancro andando in letargo

“Le cellule tumorali di un soggetto in letargo smettono di crescere. Si aprono così delle finestre terapeutiche di intervento che in una situazione normale non sarebbero possibili. Le cellule tumorali sono molto più vulnerabili quando vengono prese nella fase in cui non si stanno moltiplicando e lo stand by metabolico indotto dal letargo rappresenta la condizione migliore”.

In sostanza forse un giorno per curare i tumori più aggressivi basterà mandare in letargo per un certo periodo di tempo i pazienti e, mentre loro dormono (e con loro le cellule tumorali), aggredire il cancro.

Non solo il campo oncologico potrebbe trarre benefici. Cerri spiega che “Il rallentamento del metabolismo potrebbe prevenire molti danni irreversibili che insorgono come conseguenza di eventi cardiocircolatori come ictus ed arresto cardiaco. In queste condizioni il cervello o il tessuto cardiaco vanno in sofferenza, fino a necrosi a causa della scarsità di risorse energetiche a disposizione. In uno stato di torpore sintetico il problema potrebbe venir risolto dando molto più tempo ai medici di intervenire e risolvere il danno”.

 

Le prospettive per i viaggi interplanetari

Ulteriori benefici li si ottengono per i viaggi interplanetari. Proprio per questa ragione l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha ingaggiato il dott. Cerri per studiare un modo di migliorare le condizioni di viaggio degli astronauti durante permanenza lunghe nello spazio.

“L’ibernazione consentirebbe di risolvere molti aspetti legati ai viaggi spaziali di lunga durata come ad esempio i problemi di debolezza muscolare ed osteoporosi dovuti all’assenza di gravità. Ma anche questioni più pratiche come la riduzione sia delle quantità di cibo necessarie per la missione, sia degli scarti biologici. Ci sono poi altri due benefici a cui raramente si pensa: la prevenzione di disturbi psicologici che possono nascere dal condividere spazi ristretti così a lungo e la protezione dei tessuti biologici dai raggi cosmici. In stato di ibernazione infatti le cellule risultano protette.”

 

Cosa dobbiamo aspettarci per i prossimi anni?

“Tecnicamente potremmo arrivare ad un applicazione sull’uomo entro 10 anni o anche prima. Il problema è che i finanziamenti sono scarsi e vengono suddivisi sui diversi gruppi di ricerca che competono tra loro. Questo inevitabilmente condiziona il lavoro.”

Quello che potremmo vedere presto è però già scritto nei lavori scientifici pubblicati: “Con un studio pubblicato nel 2013 scoprimmo che il Raphe Pallidus, una piccola regione della porzione più antica del cervello, il tronco dell’encefalo, era in grado di agire come un interruttore sul metabolismo – dice Matteo Cerri – Se i neuroni in questa zona venivano attivati, il consumo di energia del corpo saliva ai massimi livelli; se invece la loro attività veniva bloccata, anche specie che non vanno in letargo in natura diventavano in grado di farlo”.

In chiusura Cerri sottolinea un aspetto affascinante “pratiche come quella della meditazione sono metodi per parlare al cervello ed agire sul metabolismo. Uno studio fatto su degli yogi effettivamente ha mostrato un rallentamento del metabolismo. Certo i risultati non sono paragonabili a quelli del torpore”.

Un’interessante conferma dalla scienza sull’importanza di un sano equilibrio tra mente e corpo.

 

Per chi volesse approfondire segnaliamo il libro del prof. Matteo Cerri, La cura del freddo, edizioni Einaudi.

 

 

Fonti:

 

 

 

 

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