La semplicità nascosta della complessità biologica

La semplicità nascosta della complessità biologica
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Le scienze della complessità stanno rappresentando il nuovo orizzonte della ricerca, anche grazie al rapido sviluppo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale che aiutano l’uomo a maneggiare l’enorme quantità di informazioni che vengono prodotte.

Ma come gestire quest’enorme quantità di dati per capire qualcosa di più della nostra biologia fino a risolvere malattie complesse quali il cancro o le patologie neuro-degenerative? E’ sufficiente un super computer in grado di processare miliardi di dati e correlarli tra loro in tutte le possibili combinazioni fino ad individuare quella corretta?

Non è forse un caso che in latino complexus sia il participio passato di complector, ossia comprendere, abbracciare. Con gran semplicità i saggi antichi avevano così già evidenziato il filo rosso tra complessità e comprensione.

Comprendere la Complessità nelle Scienze della Vita

Così il recente workshop internazionale di studio sulla complessità in biologia che si è tenuto in Università Bicocca è stato intitolato Understanding Complexity in Life Sciences – Comprendere la Complessità nelle Scienze della Vita ed ho voluto intitolare la mia relazione introduttiva ad inquadramento del tema The Hidden Simplicity in biological complexity.

Decine di ricercatori provenienti da tutto il mondo si sono incontrati per condividere i loro approcci nello studio della complessità, confrontare i risultati e con sincerità domandarsi se la strada intrapresa sia quella giusta o se ci siano dei limiti oltre i quali anche i nostri approcci moderni non riescono a dare risposte.

Un problema non da poco se si pensa che oggi dietro la scelta di una strategia di ricerca possono essere investiti centinaia di milioni di euro, oltre che anni ed anni di lavoro.

Fino a dove potrà arrivare l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nella ricerca?

Oggi è possibile simulare in un modo sempre più realistico i sistemi biologici, al workshop è intervenuto non a caso il prof John Wikswo, uno tra i pionieri nello sviluppo degli Organ on Chip: delle microstrutture in grado di simulare l’interazione che avviene nel corpo tra diversi tipi di cellule.

Wikswo è convinto che un giorno potremo costruire un laboratorio automatizzato che potrà produrre dati, analizzarli e in automatico ritirare gli esperimenti in base ai risultati precedenti.

E’ indubbio che questi successi tecnologici stiano aprendo la strada a possibilità fino anche a solo pochi anni fa inimmaginabili. Ma sarà la strada giusta per comprendere i complessi processi biologici?

Come sfruttare al meglio l’innovazione tecnologica per studiare la biologia?

Dal mio punto di vista la domanda dovrebbe essere posta diversamente per evitare inutili contrapposizioni: come sfruttare al meglio l’innovazione tecnologica per studiare la biologia? Come dovremo percorrere questa strada per comprendere i processi e i comportamenti biologici?

E’ l’approccio che da anni noi del FAST presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma e ora con la nascente Fondazione Research Empowering Hub stiamo utilizzando.

Dietro ogni tecnologia c’è un essere umano che la progetta e che la utilizza. Troppo spesso si dimentica la componente umana o la si relega solo a posizioni legate ai temi dell’etica, banalizzando così il cervello e la coscienza umane ad un qualcosa che presto potrà essere replicato e sostituito da un super-computer.

Il rapporto Uomo e Tecnologia

E’ l’uomo, infatti, con le sua intelligenza razionale e il suo modo peculiare di stare nel mondo e di interrogarlo, a sviluppare modelli e teorie. Questa relazione ha sempre costituito la base dello sviluppo scientifico e sociale nella storia. E’ l’uomo che riesce a cogliere il senso che emerge da migliaia di singoli particolari, tutti concatenati tra loro.

Così come il pittore alterna momenti in cui dipinge con il naso incollato alla tela a momenti in cui si allontana per dare uno sguardo d’insieme alla sua opera d’arte, altrettanto la scienza deve alternare momenti di analisi dei dettagli, dove tutto viene scomposto nei suoi elementi primi, a momenti in cui cambia scala, si allontana dai dettagli e coglie il senso generale di tutti quel fitto intrecci di processi biologici che permettono lo svilupparsi della vita.

E’ forse questo il messaggio più importante che i vari ricercatori hanno portato a casa da questa due giorni di workshop. Una fertile contaminazione interdisciplinare che una volta in più ha sottolineato l’importanza di “scambiarsi i punti di vista” senza vincolarsi nei propri modelli interpretativi ma aprendosi alla costruzione di una nuova teoria della biologia e della vita.

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Marta Bertolaso

Marta Bertolaso

Marta Bertolaso è Professore Associato di Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Ingegneria e l'Istituto di Filosofia dell'Agire Scientifico e Tecnologico dell'Università Campus Bio-medico di Roma. I suoi progetti di ricerca si concentrano sulle attuali sfide epistemologiche e filosofiche nell'ambito della biologia, della bio-medicina, della medicina in silico e dei processi di modellizzazione e validazione mediante le nuove tecnologie applicate al vivente. È stata docente di filosofia della scienza e di bioetica in diverse università italiane, nonché a Monaco e a St. Louis (USA). Tra le sue ultime pubblicazioni, Philosophy of Cancer – A Dynamic and Relational View. Springer Series in “History, Philosophy & Theory of the Life Sciences”, 2016, e The Future of Scientific Practice: ‘Bio-Techno-Logos’, Pickering & Chatto Publishers, London, 2015.
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