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La chimera uomo – pecora, “che cosa è”?

La chimera uomo – pecora, “che cosa è”?

Credit photo: Juan Carlos Izpisua Belmonte

Tempo di lettura: 2 minuti

Arriva dagli USA la notizia dello sviluppo di un embrione misto uomo – pecora, realizzato da un team di ricercatori per un utilizzo in medicina dei trapianti.

Non si tratta di un embrione metà-uomo metà-pecora, come una suggestione mitologica potrebbe evocare, ma di una particolare chimera che comprende in sé cellule umane e ovine: un “patchwork” non già esistente in natura.

Si definisce chimera un organismo contenente cellule con patrimonio genetico diverso, provenienti da due o più animali geneticamente distinti.

Lo studio 

Gli scienziati hanno “umanizzato” un embrione di pecora, inserendo nelle fasi iniziali del suo sviluppo, una piccola quantità di cellule staminali umane adulte riprogrammate e hanno lasciato che si sviluppasse per 28 giorni. La quantità di cellule umane inserite è dell’ordine di 1 su 10.000. Precedentemente era stato prodotto un simile embrione uomo – maiale, con introduzione di circa 1 su 100.000 cellule umane. In questi esperimenti la “componente umana” è una variabile importante perché dovrebbe essere presente in quantità sufficiente da consentire lo sviluppo di organi compatibili.

L’obiettivo

L’idea di fondo dei ricercatori è far crescere, all’interno di animali ingegnerizzati, organi da trapiantare negli umani. Il problema della carenza di organi disponibili rappresenta, ancora oggi, un grave ostacolo per la cura di numerosi pazienti in attesa di trapianto e gli organi che si potrebbero così realizzare, in particolare se sviluppati a partire da cellule proprie del paziente, sarebbero una risorsa importante in medicina, con rischi inferiori rispetto agli xenotrapianti.

Le applicazioni cliniche 

Questi esperimenti su embrioni misti sono studi di fattibilità, per alcuni fantasiosi, sicuramente ancora molto lontani dalla produzione di organi e tanto più dalla possibilità di applicazione clinica in trapiantologia. Come hanno fatto notare molti critici dello studio, le caratteristiche di tale embrione sono per lo più ignote (l’embrione uomo-pecora in questo studio è stato distrutto dopo 28 giorni) ed è impossibile esercitare un pieno controllo sul fato delle staminali umane che potrebbero, ad esempio, migrare verso il sistema nervoso della pecora, con risultati imprevedibili.

In generale, una difficoltà di gran parte degli studi di medicina rigenerativa che utilizza cellule staminali, soprattutto nella fase traslazionale, ha a che fare proprio con la complessità del comportamento di queste cellule che sono veri e propri “farmaci vivi”.

Ricerca biomedica e nuove entità biologiche 

Animali contenenti materiale umano (cfr. definizione dell’Academy of Medical Science) vengono adoperati da tempo nella ricerca biomedica e senz’altro il loro utilizzo richiede una valutazione etica e una regolamentazione attenta. La capacità di manipolazione del vivente è cresciuta rapidamente negli ultimi decenni insieme alla possibilità di realizzare artefatti biologici, sollecitando norme e definizioni. Chimere, ibridi, cibridi, transgenici sono entità che sollevano questioni etiche, giuridiche, culturali. La filosofia, ugualmente, si trova di fronte a interrogativi che implicano un’analisi di concetti quali specie, identità, dignità ecc. relativamente a nuove potenziali entità biologiche interspecie.

Organismi interspecie 

In Italia la produzione di embrioni interspecie uomo-animale è vietata dalla normativa (L. 40/2004, art.13). Nel 2009, il Comitato Nazionale per la Bioetica ha affrontato il tema, in un documento in cui si legge: “è necessario comprendere se un essere vivente chimerico, transgenico o ibrido, prodotto in laboratorio mediante la fusione di cellule umane e non umane, abbia caratteristiche tali da potere essere definito umano”. 

Non è questo il caso dell’embrione misto uomo – pecora, all’interno del quale, ricordiamo, non è stato modificato né il genoma della pecora né quello dell’uomo. Ma l’esigenza di un approccio consapevole in fondo è lo stesso in ogni caso; l’ingegneria del vivente richiede sempre una condivisa e intelligente ponderazione della natura, del significato e delle implicazioni dei suoi sviluppi.

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Luciana Riva

Luciana Riva

Luciana Riva lavora presso l’Unità di bioetica dell’Istituto Superiore di Sanità e sta concludendo un dottorato di ricerca in scienze biomediche integrate e bioetica presso l’Università Campus Bio-medico di Roma con una tesi sul tema dell’utilizzo di terapie non provate a base di cellule staminali. Tra gli interessi di ricerca, l’etica della sperimentazione clinica e dell’informazione al paziente, le Terapie Avanzate e la medicina rigenerativa. Per diversi anni si è occupata di comunicazione della scienza curando e coordinando progetti di divulgazione istituzionali tra cui la mostra interattiva per ragazzi “Globulandia. Un’avventura in rosso” sulla donazione di sangue e i corretti stili di vita. Ogni opinione è espressa esclusivamente a titolo personale.
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